Archive for novembre 2010

Succhierò quindi le camminate fatte dagli impegni.

A fianco a me c'è una ragazza che scribacchia frettolosa, poi rilegge tutto, più volte, fumando una sigaretta.
La luce si alza e si abbassa, il muro è ricoperto di libri attaccati alle pareti con colla cianacrilica, dalle pagine bruciacchiate, fa molto atmosfera.
La ragazza a fianco a me, leggermente indietreggiata, parla un inglese perfetto ed elfico. Ho ascoltato la telefonata che ha appena ricevuto, diceva che avrebbe portato del pane e del vino a cena, tra mezzora a casa di un suo amico, Jean. Casa di Jean è sicuramente piena di cuscini e di lampade.
Alla fine, tutto quello che cerco di fare, è scattare una fotografia che immortali con parole, inermi essendo simboli, un momento, in una stradina in discesa, all'imbrunire, con una birra Efes (ecco il monopolio birresco Efes in Turchia) e delle nocciole tostate sul tavolino. Alcune di queste nocciole le ho anche annerite con la penna, imbluite cioè, perchè la mia penna è blu.
Lei ha delle mani bellissime e delle sopracciglia imponenti e definite come tratti di pennarello, i tratti risoluti ricordano Frida Kahlo ma addolciti dall'età giovane, ma l'espressione corrucciata è la stessa; maglioncino colorato e corto, Levis 501 e zainetto, completano l'aspetto della ragazza che è già diventata la protagonista del mio romanzo mentale di questo tardo pomeriggio. Rica, potrebbe chiamarsi, ma non ha nazionalità definita e nemmeno linguaggio, è solo sopracciglia, mani e fogli scritti.
Non potrebbe mai intuire che sto dissertando sulle sue sopracciglia, non mi considera di uno sguardo.
Sembrerebbe arrabbiata, o troppo piena di pensieri importanti, ma la sua voce fa trasparire una dolcezza che esternamente non si potrebbe mai intuire, il suo inglese non contempla, infatti, alcun tipo di asetticità.
Ecco cosa, quando passerà, mi rimarrà di rimarrà di Istanbul, sopracciglia nere scritte e penna blu su pagine gialle, macchiate di tabacco.


E' bello pensare agli altri e dimenticarsi di se, immedesimarsi a sufficienza da non avere più il controllo sulle proprie espressioni, espressioni che inevitabilmente mi fanno apparire un pesce lesso. Se ci si deve pensare, pensare a se stessi intendo, è meglio pensare al proprio riflesso nello specchio, ai propri riflessi nei molti specchi, che non a se stessi, si finirebbe persi nelle autoconsiderazioni, inutili.
In generale, se penso a me, anche per poco, comincia a dolermi la testa, e ho la piena convinzione che sia inutile: è scientificamente comprovato che in relazione all'enormità popolosa, non siamo nulla. Ecco io vorrei piantarla di costruirmi autodefinizioni, autoposizioni, autocertificazioni, e pomposità per cui la personalità umana tanto smania, e vivermi questo bell'essere niente.
Istanbul è il posto migliore per sentirsi niente, si è ancora meno di nulla qui, ed è fantastico come in fondo io sia tutti, tutti quelli che mi vedono, e quelli che io osservo. Io, ora, ad esempio, sono lei, lei e le sue sopracciglia; inoltre il non comprendere la lingua che mi circonda mi aiuta a tralasciare i contenuti intenzionalmente manifesti nelle parole, che così spesso a Torino mi fanno perdere la voglia di osservare e ascoltare, e soffermarmi solo sul senso inintenzionale dell'aspetto.
Se comincio a pensare a me, mi perdo Istanbul.

Prostitute, Bombe e Bandiere. (Istanbul 9)

Oggi è il 31 ottobre e scrivo questo non perchè fondamentalmente mi sia necessario, ma perchè vorrò rileggerlo e imprimere con parole che non riesco a scegliere questa giornata.
Due giorni fa passeggiavo tra le bandiere turche sventolanti da ogni dove su una strada di Osmambey nel giorno della festa della repubblica turca, respirando la felicità di vivere nel proprio paese. Era un giorno di festa, di orgoglio e di felice e incondizionata accettazione, non è sempre un bene l'accettazione, essa non prevede in se un criterio critico, la intendo, infatti, nel senso più negativo del termine; ma è l'orgoglio che mi manca in Italia, non provo mai orgoglio il 2 giugno, forse perchè non sento nessuno provarlo e le bandiere italiane sventolano vistosamente ai balconi solo per il calcio. 
In Italia troverò, infatti, ad aspettarmi al ritorno i vecchi numeri della Stampa accatastati a fianco alla libreria, so già che le prime pagine esibiranno tutti gli articoli dannatamente imbarazzanti che leggo sui giornali on line, sfileranno i nomi dell'igienista dentale del premier, dei giornalisti del premier, dei conduttori televisivi del premier, delle prostitute del premier, degli aiutanti, lavapiedi, togliacalli, cucinaminestre del premier, preferibilmente donne, magari impegnate in qualche rituale sessuale completamente nude.


Oggi a cinquecento metri da casa mia, qua a Istanbul, un uomo si è fatto esplodere e non riesco a capacitarmi come autorevoli testate giornalistiche italiane possano proporre per più di una settimana consecutiva in prima pagina stupidi e inutili articoli su scandali sessuali in politica che ormai si palesano da soli come distogli-attenzione dai veri e cementificati disastri sociali.


Vivo qua e sono contenta di essere qua, sono contenta di scontrarmi contro questo tipo di realtà, dura realtà, vera realtà.
Questa sera, a solo poche ore dall'attentato, ripassando a piedi per Taksim, tutto era esattamente uguale a tutte le altre sere, a tutti gli altri giorni, le persone passeggiavano mangiando un dondurma e la polizia stazionava qua e la con i mitra appesi al collo, come ogni sera.
La parola "normale", "ma è normale, è orribile ma è normale".
L'abitudine alla morte.
Da 27 anni Istanbul è soggetta ad attacchi terroristici, fino a 8 anni fa si parlava di attacchi settimanali, 60.000 persone sono morte in essi fino ad ora, e mi rendo conto che al terrorismo una popolazione non può rimanere altro che inerme. Può accettare la paura, viverla, può accettare e basta. E la cosa più incredibile da comprendere per me, e che per tutti la vita continua in poche ora la vita riprenda come sempre.


Allego link più autorevole rispetto alle mie confuse e vaghe impressioni:
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/201010articoli/60016girata.asp