Succhierò quindi le camminate fatte dagli impegni.

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A fianco a me c'è una ragazza che scribacchia frettolosa, poi rilegge tutto, più volte, fumando una sigaretta.
La luce si alza e si abbassa, il muro è ricoperto di libri attaccati alle pareti con colla cianacrilica, dalle pagine bruciacchiate, fa molto atmosfera.
La ragazza a fianco a me, leggermente indietreggiata, parla un inglese perfetto ed elfico. Ho ascoltato la telefonata che ha appena ricevuto, diceva che avrebbe portato del pane e del vino a cena, tra mezzora a casa di un suo amico, Jean. Casa di Jean è sicuramente piena di cuscini e di lampade.
Alla fine, tutto quello che cerco di fare, è scattare una fotografia che immortali con parole, inermi essendo simboli, un momento, in una stradina in discesa, all'imbrunire, con una birra Efes (ecco il monopolio birresco Efes in Turchia) e delle nocciole tostate sul tavolino. Alcune di queste nocciole le ho anche annerite con la penna, imbluite cioè, perchè la mia penna è blu.
Lei ha delle mani bellissime e delle sopracciglia imponenti e definite come tratti di pennarello, i tratti risoluti ricordano Frida Kahlo ma addolciti dall'età giovane, ma l'espressione corrucciata è la stessa; maglioncino colorato e corto, Levis 501 e zainetto, completano l'aspetto della ragazza che è già diventata la protagonista del mio romanzo mentale di questo tardo pomeriggio. Rica, potrebbe chiamarsi, ma non ha nazionalità definita e nemmeno linguaggio, è solo sopracciglia, mani e fogli scritti.
Non potrebbe mai intuire che sto dissertando sulle sue sopracciglia, non mi considera di uno sguardo.
Sembrerebbe arrabbiata, o troppo piena di pensieri importanti, ma la sua voce fa trasparire una dolcezza che esternamente non si potrebbe mai intuire, il suo inglese non contempla, infatti, alcun tipo di asetticità.
Ecco cosa, quando passerà, mi rimarrà di rimarrà di Istanbul, sopracciglia nere scritte e penna blu su pagine gialle, macchiate di tabacco.


E' bello pensare agli altri e dimenticarsi di se, immedesimarsi a sufficienza da non avere più il controllo sulle proprie espressioni, espressioni che inevitabilmente mi fanno apparire un pesce lesso. Se ci si deve pensare, pensare a se stessi intendo, è meglio pensare al proprio riflesso nello specchio, ai propri riflessi nei molti specchi, che non a se stessi, si finirebbe persi nelle autoconsiderazioni, inutili.
In generale, se penso a me, anche per poco, comincia a dolermi la testa, e ho la piena convinzione che sia inutile: è scientificamente comprovato che in relazione all'enormità popolosa, non siamo nulla. Ecco io vorrei piantarla di costruirmi autodefinizioni, autoposizioni, autocertificazioni, e pomposità per cui la personalità umana tanto smania, e vivermi questo bell'essere niente.
Istanbul è il posto migliore per sentirsi niente, si è ancora meno di nulla qui, ed è fantastico come in fondo io sia tutti, tutti quelli che mi vedono, e quelli che io osservo. Io, ora, ad esempio, sono lei, lei e le sue sopracciglia; inoltre il non comprendere la lingua che mi circonda mi aiuta a tralasciare i contenuti intenzionalmente manifesti nelle parole, che così spesso a Torino mi fanno perdere la voglia di osservare e ascoltare, e soffermarmi solo sul senso inintenzionale dell'aspetto.
Se comincio a pensare a me, mi perdo Istanbul.