Archive for settembre 2010

Elisa scrive di Elisa

Raffreddata e congestionata, penso a chi possa essere io, come io possa essere niente.

Penso che sono un Essere Umano e questa definizione è enorme, e chiarisce tutto.
Essere Umano è essere parte di una massa, Essere Umano significa vivere nel mondo, nel proprio unico, Essere Umano non contempla una visione d'insieme, Essere Umano ostacola la comprensione totale. Essere Umano vuol dire essere tutti, e non essere niente, essere morte. Essere già morte!

Io sto scrivendo ora con le mie dita, io sono le mie gambe e i miei piedi e sono tutte le mie sensazioni, ma vivo solo le mie di sensazioni, per questo sono io, ma allo stesso tempo sono uguale a tutti i miliardi di esseri umani, e quindi sono tutti e di conseguenza nessuno, nessuno che diverrò al punto di morte, nessuno anche per me.
Mi sfugge la piena consapevolezza, posso descriverla con vaghe parole comuni, ma senza mai raggiungerla pienamente.
Mi spaventa essere una vita, mi spaventa doverla adattare ad una società, mi spaventa doverla riempire e dimenticarmi spesso di trovare un senso.
Mi addolora non sapere niente.
Come fa la materia di cui sono costituita a rendersi a sua volta conto di essere materia?
Come posso auto-pensarmi?
Incredibile!
Mi paragono ad un personaggio di un libro, sono l'autore e sono il mio stesso personaggio.

Quando guardo un film mi addormento sempre, inoltre il tempo che mi occupa è esattamente quello che mi è stato imposto dal regista, le immagine sono imposte dal regista, mi distruggono fantasie e fanno posto a fotogrammi, certi, il mio cervello non può cambiare niente.
Mi piacciono invece così tanto i libri, sono miliardi di vite già scritte e spiegate per me, perchè io le possa comprendere, amo anche che i libri non abbiano un tempo, ma si adattino al mio di tempo, che le parole possa prenderle come preferisco, nel momento che preferisco, immaginandole a mio volere. Inoltre l'autore si è già preoccupato di trovare un senso, uno scopo, una trama, un insegnamento allo stralcio di vita libresca, e questo mi tranquillizza.
Uno scrittore, una persone che conosce tutto sul suo libro, potrebbe essere il Dio del suo mondo-libro?
Un onnisciente presenza che si nasconde, che si finge ingenuo, che si autoinganna, che inganna e immedesima.
Ecco cerco anche io di tirarmi fuori dal mondo come se fossi un narratore ma il libro è la vita reale, cerco di narrarmi mentre agisco, sempre nei miei pensieri.
Il più onnisciente possibile nei confronti di me stessa.
Forse dovrei vincere questo narcisismo mentale che provo nei confronti del mio cervello per provare a trasferirlo a una vita immaginaria, una vita scritta, che durerebbe sicuramente di più rispetto alla mia breve esistenza e quindi i miei sforzi avrebbero risultati più duraturi.

Istanbul corre liscia e colorata sul mio sfondo, la mutevolezza dei miei pensieri non comporta la loro negazione, ma solo un cambio temporaneo di punto di vista.

Istanbul 6 incredibili collegamenti

"La vita è un'onda va su e va giù -
ma è sempre vita.
ciao"


I contatti tra gli esseri umani possiedono percepibili collegamenti invisibili che la razionalità (intesa come personale metodo scientifico) non può contemplare, spiegare.
Incredibile. cioè si, si fatica a crederci!



Mi sento fluida mi sento vera, odioso è scriverti così, odioso che tu non mi possa vedere, comprendere, capire, captare, condividere, ma solo immaginare, immaginare me e le mie parole che prendono vita e si alzano dalla schermata bianca creando realtà vera, tutta da vivere e ascoltare.

Sei con me anche se non ci sei, c'è quello che ricordo di te, quello che tu sei per me, la mia sensazione di te, è con me; ed è dura sapendo che il tuo te (te stesso reale) materiale, vero, cammina in posti lontani, la tua visione di te e la mia visione di me, che ci siamo sempre e volentieri scambiati, sono realmente ed inevitabilmente lontanissimi. 

Penso questo io.
Vivo questo anzi, usare la parola "pensare" sempre è ingiusto!

E tu sei reale, per te, ora, sei reale tu, sei tutto il tuo Me Stesso, e respiri. 
E' uno schock.


A giorgia e al suo piede, che ora riveste per me un significato.

Mi ero dimenticata di questa sensazione di ipersensibilità ambientale, mi ero scordata che il cervello potesse cessare di essere me e tutto ciò che per il mondo rappresento, di come potesse smetterla di essere più importante di me; certo è saldo e potrebbe essere l'unica cosa che ho, ma non sono tutta io, non è tutta Elisa, e non sono sicura che possa salvarmi lui. E' solo un macchinoso cervello umano fisiologicamente, e non solo, uguale a tutti i cervelli umani; ma per non sminuirlo mi voglio (nuovamente) ripetere: è degno di tutta la mia stima e gratitudine.


Affidarmi alle sensazioni, mi mancava; e mi mancava (citando significativamente) nuotare nell'aria, nel tempo e nelle atmosfere circostanti.


Mi lascio delicatamente trascendere tutti significati, senza fretta, vado piano.

acquetta

Ho i condotti lacrimali direttamente collegati al cuore o al cervello o a quella parte del mio corpo che gestisce le emozioni. Ormai il pianto è diventato matematico in me, è conseguenza diretta del mio emozionarmi. Non faccio nemmeno in tempo a percepire le sensazione di formicolio al naso pre-pianto, che mi darebbe una minima possibilità di frenarmi, è realmente una fulminea scarica diretta emozione-lacrime. 
E' quando un discorso, un argomento mi emoziona e centra in pieno la mia comprensione che il mio viso si gonfia, arrossisce al paonazzo e le lacrime scendono, mi bagnano tutta la faccia mentre il naso colante mi impone per decenza sociale disperate ricerche di fazzoletti o pezze di stoffe o alla peggio sciarpe e calzini per asciugare il disastro facciale; e mi si deve credere quando dico che non posso farci davvero nulla. 
Ho pianto davanti a tutte le persone che mi conoscono, anche davanti a molte che non mi conoscono, davanti a tutte le classi in cui ho studiato (6 classi differenti per la precisione, una delle quali universitaria e notevolmente più numerosa), davanti agli insegnanti, ai taxisti, ai guidatori di autobus, ai passeggeri di innumerevoli treni, alla scrivania della segretaria platinata dell'oculista, davanti alle hostess Lufthansa che mi porgevano cibo da aereo ipocalorico, davanti a baristi, a camerieri turchi, a tabaccai e davanti a tutti quegli sconosciuti che non posso catalogare per mestiere. Potendo piangere per svariatissimi argomenti ho a disposizione quindi svariatissime situazioni in cui esercitare i miei condotti lacrimali. Il pianto, ovviamente, non comporta quasi mai disperazione, ne tristezza o particolare gioia ma solo vera e propria commozione, ovvero comporta solo lacrime. Mi spaventa quasi, le comprendo come fossero delle normali reazioni fisiologiche paragonabili alla sensibilità dentale (avevo scritto tempo fa un post forse esasperatamente lapidario sulle emozioni come sostanze chimiche, ma rendeva bene l'idea). 
Qualcosa mi tocca nel profondo, lacrime. Io accetto le accetto come accetto il mal di stomaco, non mi spaventano affatto, è la pura normalità, ma è più problematico e noioso gestire le relative reazioni degli spettatori che posso elencare all'incirca in: sguardi che perdono di furtività e si fanno insistenti e preoccupati o solo curiosi (sugli autobus ad esempio), relativa commozione della persona che mi sta di fronte, dimostrazioni di affetto che tento di declinare volentieri data la mia invariata stabilità emotiva, " e non piangere dai su",  silenzio imbarazzato, risate portate dal mio buffo aspetto o dalla rapidità della commozione, oppure un semplice "no elii". 
Ma è sempre incredibile che effetto abbia nelle persone osservatrici un pò di acquetta vagamente sapida che cala dagli occhi, accorrono come api al miele oppure osservano con occhi sbarrati da rapace, come se non vedessero l'ora di soccorrere questo tipo di vistosa sofferenza, che si tranquillizzassero nel vedere tutta questa debolezza esposta, nessun arma più solo esposta remissione, da aiutare per sentirsi utili! Ecco vedere lucidamente mi fa captare queste osservazioni, rischio di passare per fredda e marmorea in effetti, ma ovviamente credo nel livello inconscio delle persone che non riescono ad indagarsi a fondo, e credo ancora nella loro superficiale bontà, sarei davvero stupida a prendermela per inconsci accadimenti essendo che per il mondo una persona è quello che vuole essere e io non sono nessuno per svelare presuntuosamente cervelli altrui, anzi devo finirla subito.
Io tranquillizzo sempre tutti con sorrisi bagnati e onestamente orribili, cercando di far capire quanto sia banale e comune in me questo fenomeno, che sono solo emozioni, che non c'è bisogno di curare niente, ma solo lasciare sciogliere, lasciar passare, vivere ancora un pò senza aggrapparsi ad esse, che sono fisiche e corporali; imparo a gestirle e a rilassarle, ma le lacrime non le posso gestire loro vanno e basta e per questo non sono degne di alcuna preoccupazione.
"No ma davvero [tirata su col naso] non ti preoccupare [tamponamento con fazzoletto], io piango sempre!"

Istanbul 5 (sabato felice in Istiklal çaddesi)

Arianna scrive quando è felice, magari brilletta, seduta con noi su un marciapiede dell'affollatissima Istiklal çaddesi, di sabato sera, con un cartoccio di patatine fritte in mano.
Ho incontrato solo lei che scriva a questo modo.


Mi ha fatto sempre pensare quanto più una persona sia generalmente serena e felice e quanto meno abbia da raccontare....

Hai mai notato?
Come l'infelicità, lo strazio, generi poesia? o arte? o filosofia?
O come la condizione malinconica e meditativa faccia muovere il mondo dell'arte, donando quel delizioso senso di estraneamento elitario e superiore che contraddistingue artisti e umanisti.

La felicità porta al vuoto del pensiero? alla non ricerca? Se la vita è una continua ricerca della felicità, nei momenti in cui la ottieni, per un poco, non si ricerca nulla?
Felice e spensierato, vuoi solo vivere ancora, vuoi esserlo di più, lo vivi, non lo racconti...vero?
Solo in rari casi la gioia e la ricerca si coniugano (Arianna in Istiklal).
Io lo faccio a volte per ricordarmi di cosa sono stata felice e come esserlo ancora.


Ho raggiunto la conclusione che non servono a niente le mie istruzioni, la mia spensieratezza dipende talvolta dagli eventi, dalle sostanze, dalla compagnia, ma quasi sempre il buonumore salta addosso senza una reale motivazione, sale e basta come una droga chimica, non te ne accorgi nemmeno, e ogni cosa è felice. Dovrei usare il "sembra" al posto dell' "è"(felice) perchè gli stati d'animo sono solo percezioni di realtà, solo percezioni, ma cadrei nel cosciente pessimismo oscuro da cui cerco di fuggire, e poi d'altra parte, cos'è il nostro mondo se non UN istantanea percezione.

istanbul 4

Istanbul, vecchia e nuova, dimenticata (o ricordata da pochi, forse solo dalle cupole scolorite delle moschee) e città auspicata.
Due chiavi di lettura della città, di colori diversi. 
A volte mi dimentico di essere qua, mi adagio nell'osservare tutto senza indagare più a fondo, i negozi multinazionali e le moschee di 500 anni fa possono essere benissimo osservati nell'insieme senza rotture, ma superficialmente. 
Ma come si fa a non porsi delle domande? e dopo che te le poni, che cominciano le difficoltà. 
Difficile è capire, e comprendere questa città senza rassegnarsi nell'accettare ciecamente e basta.
Allora guardare donne in chador per strada e osservare dietro di lei un negozio di alta moda, magari europea, magari francese, assume un altro significato. 
Quelle donne velate di nero, con gli occhi affatto rassegnati, tristi per nulla, non come si immagina nei paesi del culto dell'immagine, che sotto le pesanti mantelle corvine nascondono il loro corpo di donna, uguale al mio; loro, e ogni testa colorata di velo, portano sulle spalle il peso di una Istanbul che non c'è più, che è stata distrutta e assorbita ed è cambiata e cambia ancora, una vecchia cadente e meravigliosa Istanbul.
Il vecchio e il nuovo, perfettamente distinto, incredibilmente scinto, ma accostato in un unica ed enorme Città delle Città.
Le persone nuove, aperte al nuovo, che abbracciano gli stranieri e accolgono rendono Istanbul nuova ed estremamente avanzata nello spirito, e la fanno essere quella che è ora, che continuerà ad essere, e che se non fosse per loro non sarebbe più. 
Decade e Risale, ogni palazzo, ogni porta, ogni viso.


(argomenti da trattare e ricordare:
quanta polizia!
quanto è nero il vostro velo!
quanto è colorato il vostro invece!
quanto amate la turchia eh? e le bandierone..)


pre uni


so che l'abitudine mi rovina che tendo a cercarla come ogni essere umano ma so quanto sto bene senza essa.
so quanto sto bene quando le cose vanno a caso, quando le cose mi smarriscono e trovo nello smarrimento l'unica soluzione e l'unico modo in cui non penso in cui vivo.

so che ci sarà tempo per l'abitudine.
quando non ho il tempo di pensare ma gli eventi mi costringono ad agire e basta, quando mi comporto e basta.
quando non decido io ma accetto che venga deciso per me e accetto questa massima condizione umana universale e la riduco ad ogni momento ad ogni minuto e non ad una semplice chiacchera a lungo termine o al semplice tirare le somme, in un momento di abitudine.
come faccio a disabituarmi?
ho paura che questo erasmus sia già un abitudine...

istanbul 3

van gogh. 
sono nel suo regno di gesti, lui non dipinge ma tocca, se tu dovessi toccare tutto quello che vedi, i tetti, gli alberi, le foreste, lo faresti con un movimento di dita equivalente alla sua pennellata sulla tela, dipingere come toccare quindi sfiorare e sentirne la consistenza, il colore è quindi tangibile alla stessa maniera della forma e della superficie.

Potrebbe essere cieco perchè lui è il pittore che ha reso che si è liberato dalla schiavitù della vista per ricondurlo a un unione dei sensi. Il cielo così dipinto potrebbe essere il movimento che una mano compie per riempirlo ma anche la traduzione visiva dei suoni che lo intercorrono. 
Van gogh potrebbe dipingere Istanbul e trarne perfetta traduzione, Istanbul è grossolana e mi ricorda "la guingette" nulla di parigino ovviamente, ma forti contrasti di colori chiari e scuri, pastosi palazzi contro limpidi cieli, tutto è rumore e si traduce in forma, i visi sono incredibili, trovo tutto molto puro. Il museè d'orsay mi ha aiutato a capire meglio. :)

Io non so far nulla per comunicare, o registrare, o riprodurre questo posto, non saprei come fare, la mia visione non riesco a comunicartela bene, e me ne rammarico...ecco.

istanbul 2

la distanza ispira le parole , non vedere ma ricordare e basta, ispira. E' pericoloso la mente può viaggiare senza mai scontrarsi contro il muro dei sensi reali. 
A cosa credere? di cose dubitare?
Persi nella soggettività si è schiavi di se stessi dei propri stessi confusi ricordi. 
La vita qua è così serena perchè è nuova, a parte i miei scogli consapevoli comincio a fluire bene e vivere a ondate, ormai le riconosco, su e giù, vivo a momenti.

Moschee piovono,
bandiere precipitano,
in testa e sulle mie spalle.

Devo dirti quanto sia fuori dall'ordinario questo posto? cioè straordinario? quanto siano belle le boccate di narghilè? quanto siano belle certe risate? certi discorsi con glory e ante e ari?  quanto tutto  sia nuovo? quanto questa casa sia bella? quanto le mie lenzuola ikea siano carine? quanto qua si lotta ancora per l'indipendenza dal proprio stesso paese? quanto tutti i turchi siano così dannatamente carini? quanto sia bello il turco? quanto tutto sia bello enorme e decadente ma tremendamente a portata di mano? quanto sia possibile muoversi? e quanto io mi senta a casa in questo caldo paese di persone genuine?
Ti serve saperlo?
[....]




Ist1. Non so se dimenticarmi chi sono, o ripetermelo a mente spesso



Istanbul 1


Come si riesce a sapere se le scelte fatte sono giuste?
Che relativo significato ha la parola "giuste"? E che definitivo significato ha la parola "fatte" invece!
forse il problema è il fatto stesso di porsi questo problema.
Non posso fare a meno di navigare tra miliardi di possibilità, di scandire ogni mio pensiero con "forse", e "magari". 
Sento titubanza spesso nell'aria. e lontananza.
Ora, ormai, in un letto di lenzuola plasticose, in questa città, tutto scivola all'arancione, tutto mantiene l'arancione vivo, dormirò e come ogni mattina tutto magari sfumerà nell'azzurro e chiaro e lontano dall'essere vissuto così. 


Voglio una mensola, e spero che i miei piedi siano rivolti verso sud, spero che la luce dalle finestre entri in fiocchi abbondanti, spero nel caffè solubile di domani mattina, si eli