Archive for ottobre 2010

Pomeriggio, appunti sui punti di vista (Istanbul 8)

Mi sono seduta dopo tutta questa musica sparata nelle orecchie ritmata dal mio passo sostenuto. Il çay è delizioso, perfetto, caldo, dolce e amaro al punto giusto.

E' fortunata che non piova, (io, me) lei è fortunata, o a quel tavolino in strada non potrebbe sedersi.

Non so devo si trovi questo bar, non è molto importante in fondo, tutto è sempre giallo di taxi, la fioraia è di fronte al mio tavolino di ispirazione minimale, abiti uguali ai miei passeggiano, è quindi solo una questione di strade e vie. Corti sorsi scendono a riscaldare l'esofago.

Ma cosa fa? che scrive sul quadernetto? Ha quasi finito il çay tra poco se ne andrà.

Trovo che fondamentalmente siamo dannatamente uguali, l'aspetto più distintivo di un essere umano è una parte così piccola del suo corpo, quale la faccia. Per il resto i corpi sono tutti simili, e in effetti non so nemmeno se siano davvero i tratti somatici a differenziarci, pensa a quante persone ci somigliano, ad esempio quel tipo laggiù ha dei tratti, be comunissimi ma che espressione! Lo riconoscerei solo per la sua espressione di vaga superiorità che mantiene nei confronti di tutti, dai tombini alle borse della spesa. Forse sono le espressioni che ci differenziano.

Non avrà nulla da fare che prendere il çay al tavolino tutto il pomeriggio, bella roba, ho quintali di rose
che devo spennare, che mi dia una mano invece di star li a fissarmi come un pesce lesso.

E lei? che fa?_grugnito_ma che diavolo fa?

Dai su che finisca il çay devo pulire il tavolo.

Ma possibile che a distanza di migliaia di kilometri gli stivali ai piedi delle persone siano esattamente gli stessi? La moda e ciò che di più evidente dimostra la globalizzazione, potrei essere a Torino se mi limitassi ad osservare gli abiti, e ci sentiamo anche originali! L'originalità finisce appena un capo lo acquisti.

Deve finire questo benedetto çay, occupa il tavolino da più di mezzora!

"Pardon, can i have another çay?"

Ho il terrore che la incomunicabilità mi uccida, che dover dimostrare chi sono abbia la meglio su ciò che sono e basta. Sono spaventata e terrorizzata dell’entità che hanno le opinioni altrui, sono tutto in questa vita fatta fondamentalmente di materia. Vorrei che tutti attorno a me capissero ciò che dico e che sono senza reputarmi pazza proprio perchè c’è bisogno di una società pronta a comprendersi a vicenda.
Come ripeto spesso non so cosa mi guidi cosa mi aiuti cosa mi faccia pensare ma so che mi sento a disagio spesso, certo so adattarmi e molto sono flessibile come un giunco ma non voglio stringermi in forme e pensieri più stretti del mio corpo solo per adattarmi a dove vivo. Piuttosto spendo i soldi del mio master in un cavallo mi sistemo nella fattoria di mia nonna e vivo di me stessa e penso e penso ancora, i miglioramenti e le evoluzioni di pensiero forse saranno minori gli shock culturali anche ma la felicità di essere compresi, anche solo da se stessi forse sarebe nettamente maggiore. Come Levin! 

spunti di Luca

L'idea è questa:
non sarà che più è la scelta varia più ci sentiamo autorizzati a non scegliere?
Cioè fino a una manciata di decenni fa alle donne veniva appioppato un marito a 15 anni e se lo dovevano tenere tutta la vita, ora puoi sceglierlo un marito, ha senso sceglierne 40? se puoi sceglierlo lo cambi sempre e non te ne tieni nessuno, solo perchè puoi cambiarlo. Generalizzo lo so.
Dico che è un buon pensiero però, applicabile in vari campi. Se qualcosa va male forse c'è meno voglia di farlo andare bene ma più voglia di cercare qualcosa che vada bene già di per se, eliminando l'impegno per il miglioramento.
Traccio anche me in questo disegno, lo ammetto.
Ma l'insoddisfazione ci piega tutti..

Il giardino della scuola (Istanbul 7)

In calma quieta di mattina soleggiata, osservo i mondi, che pacificamente convivono nel giardino.
Le pareti alte stanno sciogliendo il rosso che le ricopriva con attenzione, grossi goccioloni neri di tempo colano generosamente sui cornicioni bianchi deformati.
Avranno pensato che fosse necessaria una ristrutturazione.
C'è, infatti, una barriera qua nel giardino della scuola, per i lavori in corso, che costeggia la parete in fronte all'ingresso, circa 5 metri di spazio dove operai hanno montato ponteggi polverosi ma insolitamente dall'aspetto solido. La facciata deve ritornare al rosso pieno, e il cornicione deve rassicurare le persone che sostano sotto. Aldilà la barriera non si può vedere molto, ma se passando all'interno della scuola si osserva fuori dalle finestre che danno sulla striscia adibita ai lavori si noterà una fossa ponteggiata anch'essa, uno sfondamento del suolo davvero molto curioso, guardandola a mente non lucidissima si potrebbe pensare che le pareti abbiano sostituito il pavimento. Questo è il mondo degli operai che lavorano, in nubi di polvere e sigarette, inevidenti, trasparenti.
Gli studenti molleggiano o sculettano qua e la con libri, caffe, album, strumenti vestiti curati e vestiti strappati, senza guardarsi troppo attorno, con quell'aria di chi sta facendo cose di essenziale importanza e con la spavalderia che negli occhi portano solo i ventenni, non ancora esattamente intaccata in modo profondo da quelle mazze chiodate che sono i cambiamenti di rotta costretti.
Il cartello lavori in corso sta li tra gli studenti che ci passano davanti. Solo il rumore dei martelli pnumatici non si cura delle barriere o del rispetto o delle differenze di mondi e infrange tutto ciò che si trova a tiro, le voci dei professori sono poi le sue preferite da fare a pezzi.
Gatti ciccioni puntellano qua e la il giardino, seduti composti o sdraiati scomposti, eccoli che segnano il confine tra vita umana e vita animale. Sono loro i padroni di questo posto, possono stare qua senza dover fare nulla, dover rendere nulla a nessuno.
Ci sono poi inservienti in pigiama che appoggiati alla finestra sembrano appena svegli, mentre alcuni, più mattinieri, cercano con un misero rastrellino di raccogliere tutte le foglie che non cessano di cadere.
Se consideriamo il numero di componenti il mondo che ha la meglio è sicuramente quello dei bicchierini di çai abbandonati, ecco se ora potessero animarsi tutti insieme di una rabbia omicida, non resterebbe niente di questo posto pacifico, verrebbe distrutto dai bicchierini malvagi.
Un ultimo sguardo alla vasca d'acqua che sta nel centro e nella parte rivolta a sud l'acqua è accavallata di foglie, tirate la dal venticello.

http://www.flickr.com/photos/lepetitmondedeagyness/5075355079/

Try in english! (First boorish attempt.)

"Can you think about the sensation of a very fast run, run and run but you are always in the same place? There is a another place where not at all is static and fixed like here."

We'll be killed by that fixed conception of reality, actually of everything: God, Time, Space and all the most bigger humans rules.

Maybe we have to accept and consider the place where we can run very fast and reach the nowhere.
Maybe that place is inside of our mind, and maybe all the humans difficulties are made by the too fixed way to understand the reality, make by the disreguard of the natural humans predispositions. Maybe.

The mind is the bigger place i've ever conceived, big like the conception of the infinity, large as the same conception of itself. (especially the last point for me it's unbelievable! But it's the truth, we can get it!).
But often i'm really afraid to lose myself in the place of my endless race.