Pomeriggio, appunti sui punti di vista (Istanbul 8)
Mi sono seduta dopo tutta questa musica sparata nelle orecchie ritmata dal mio passo sostenuto. Il çay è delizioso, perfetto, caldo, dolce e amaro al punto giusto.
E' fortunata che non piova, (io, me) lei è fortunata, o a quel tavolino in strada non potrebbe sedersi.
Non so devo si trovi questo bar, non è molto importante in fondo, tutto è sempre giallo di taxi, la fioraia è di fronte al mio tavolino di ispirazione minimale, abiti uguali ai miei passeggiano, è quindi solo una questione di strade e vie. Corti sorsi scendono a riscaldare l'esofago.
Ma cosa fa? che scrive sul quadernetto? Ha quasi finito il çay tra poco se ne andrà.
Trovo che fondamentalmente siamo dannatamente uguali, l'aspetto più distintivo di un essere umano è una parte così piccola del suo corpo, quale la faccia. Per il resto i corpi sono tutti simili, e in effetti non so nemmeno se siano davvero i tratti somatici a differenziarci, pensa a quante persone ci somigliano, ad esempio quel tipo laggiù ha dei tratti, be comunissimi ma che espressione! Lo riconoscerei solo per la sua espressione di vaga superiorità che mantiene nei confronti di tutti, dai tombini alle borse della spesa. Forse sono le espressioni che ci differenziano.
Non avrà nulla da fare che prendere il çay al tavolino tutto il pomeriggio, bella roba, ho quintali di rose
che devo spennare, che mi dia una mano invece di star li a fissarmi come un pesce lesso.
E lei? che fa?_grugnito_ma che diavolo fa?
Dai su che finisca il çay devo pulire il tavolo.
Ma possibile che a distanza di migliaia di kilometri gli stivali ai piedi delle persone siano esattamente gli stessi? La moda e ciò che di più evidente dimostra la globalizzazione, potrei essere a Torino se mi limitassi ad osservare gli abiti, e ci sentiamo anche originali! L'originalità finisce appena un capo lo acquisti.
Deve finire questo benedetto çay, occupa il tavolino da più di mezzora!
"Pardon, can i have another çay?"