Il giardino della scuola (Istanbul 7)
by Unknown
In calma quieta di mattina soleggiata, osservo i mondi, che pacificamente convivono nel giardino.
Le pareti alte stanno sciogliendo il rosso che le ricopriva con attenzione, grossi goccioloni neri di tempo colano generosamente sui cornicioni bianchi deformati.
Avranno pensato che fosse necessaria una ristrutturazione.
C'è, infatti, una barriera qua nel giardino della scuola, per i lavori in corso, che costeggia la parete in fronte all'ingresso, circa 5 metri di spazio dove operai hanno montato ponteggi polverosi ma insolitamente dall'aspetto solido. La facciata deve ritornare al rosso pieno, e il cornicione deve rassicurare le persone che sostano sotto. Aldilà la barriera non si può vedere molto, ma se passando all'interno della scuola si osserva fuori dalle finestre che danno sulla striscia adibita ai lavori si noterà una fossa ponteggiata anch'essa, uno sfondamento del suolo davvero molto curioso, guardandola a mente non lucidissima si potrebbe pensare che le pareti abbiano sostituito il pavimento. Questo è il mondo degli operai che lavorano, in nubi di polvere e sigarette, inevidenti, trasparenti.
Gli studenti molleggiano o sculettano qua e la con libri, caffe, album, strumenti vestiti curati e vestiti strappati, senza guardarsi troppo attorno, con quell'aria di chi sta facendo cose di essenziale importanza e con la spavalderia che negli occhi portano solo i ventenni, non ancora esattamente intaccata in modo profondo da quelle mazze chiodate che sono i cambiamenti di rotta costretti.
Il cartello lavori in corso sta li tra gli studenti che ci passano davanti. Solo il rumore dei martelli pnumatici non si cura delle barriere o del rispetto o delle differenze di mondi e infrange tutto ciò che si trova a tiro, le voci dei professori sono poi le sue preferite da fare a pezzi.
Gatti ciccioni puntellano qua e la il giardino, seduti composti o sdraiati scomposti, eccoli che segnano il confine tra vita umana e vita animale. Sono loro i padroni di questo posto, possono stare qua senza dover fare nulla, dover rendere nulla a nessuno.
Ci sono poi inservienti in pigiama che appoggiati alla finestra sembrano appena svegli, mentre alcuni, più mattinieri, cercano con un misero rastrellino di raccogliere tutte le foglie che non cessano di cadere.
Se consideriamo il numero di componenti il mondo che ha la meglio è sicuramente quello dei bicchierini di çai abbandonati, ecco se ora potessero animarsi tutti insieme di una rabbia omicida, non resterebbe niente di questo posto pacifico, verrebbe distrutto dai bicchierini malvagi.
Un ultimo sguardo alla vasca d'acqua che sta nel centro e nella parte rivolta a sud l'acqua è accavallata di foglie, tirate la dal venticello.
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