La paura che mi fate - Commento a Cromofobia D.Batchelor. Storia della paura del colore
by Unknown

Ho deciso di pubblicare questa piccola relazioncina sul saggio Cromofobia, Storia della paura del colore di D. Batchelor (artista, scrittore, insegnante presso il Royal College of Art di Londra e collaboratore esterno per la Tate Gallery) perchè mi è piaciuto molto leggerlo, pensarlo e realizzare il commento, anzi mi è piaciuto moltissimo.
In secondo luogo perchè al Politecnico di Torino, nel mio dimesso dipartimento di Comunicazione Visiva, pare che non esista un professore almeno lontanamente interessato a quello che io posso pensare. Questa relazione difatti, consegnata alla professoressa all'esame di fine corso, non è neanche stata letta, figurarsi poi commentata.
Mi chiedo se riusciremo mai a uscire da questo stato di mediocrità diffusa, se l'Università non insegna a costruirci e a dimostrare un idea propria. Al massimo si riesce a riciclarle le idee, e pubblicarle su fb.
La Turchia, nella concezione ignorante che aleggia in questa desolata landa universitaria, sarà anche un paese "islamico", sarà un paese difficile e pieno di problemi di "terrorismo", ma sapete che vi dico? I miei ex compagni di corso erano persone preparate, persone con cui era interessante parlare e interagire, persone che sapevano pensare da sole, e mi rassicurava, anzichè terrorizzarmi, l'idea che prima o poi avrebbero rappresentato il futuro del loro paese. E tutto ciò Nonostante fossero Designer.
Ma ditemi cosa vogliamo creare se non sappiamo nemmeno pensare?
Nel saggio l’autore David Batchelor, basa la sua indagine sulla Cromofobia occidentale, su esempi filosofici e letterari che esplicano il rapporto degli autori con la cromaticità, non con un colore in particolare, ma con “Il Colore” reso generale.
Nonostante ogni tinta sia pregna di significati antropologici e culturali oltre che di una unicità evidente, in questa relazione il colore sarà preso in considerazione come una unica entità cromatica dalla grande personalità di cui fanno parte tutte le tinte visibili all’occhio umano, in contrapposizione all’acromaticità del bianco, del nero e del grigio che rendono la forma e lo spazio prima del loro significato.
Il libro indaga il rapporto tra uomo e colore nel passato dell’occidente, individuando due grandi tendenze la Cromofobia e la Cromofilia.
I Cromofobici, vengono individuati dall’autore come coloro che pur avendo vissuto l’esperienza coloristica l’hanno superata e (forse spaventati da essa) si siano decisi a rifugiarsi in un acromatico eremo in cui la forma regna padrona e assicura il cervello di non avere alcuna possibilità di perdersi, un eremo che più di ogni altra tinta è bianco.
Dall’altro lato i Cromofili si avventurano nel colore stesso, nel colore intrinseco, nuotando tra il sogno e l’incubo, provando l’ebrezza del colore come fosse una pastiglia di ectasi, e uno stato di grazia a cui aspirare, un viaggio da affrontare in cui nulla possiede un senso o ha un verbo, tutto è sensazione.
Risulta subito esplicito come questi due schieramenti opposti, siano esempio e esasperazione di tempi diversi, e coscienze collettive differenti: i Cromofobi adepti all’ordine e alla disciplina della mente, tipici delle correnti del razionalismo, fanno del Cervello e della coscienza razionale il loro baluardo, trovando sicurezza e un punto di appiglio nella tangibilità della forma e nella purezza ordinata di un mondo acromatico. I Cromofili, specialmente i decadentisti come Baudelaire e Huxley, riconoscono l’emozione e la perdità dell’Io nell’esperienza cromatica a cui si abbandonano senza remore, per la quale perdono, o tentano di farlo, ogni simbologia culturale lasciandosi governare dalla coscienza assoluta dell’istinto.
Entrambi i gruppi portano all’estremo il modo di vivere la cromaticità, entrambi rifugiandosi in convinzioni dalle quali la realtà è spesso elusa.
Fobia è realmente la parola chiave del saggio, difatti il rifuggire il colore, la confusione, il disordine è inequivocabilemente una fobia. Allo stesso modo anche la cromofilia è un utopia, essa può essere paragonata ad una droga, ad una non realtà, ad un distaccamento dall’ambiente generale circostante.
In entrambi i casi siamo di fronte ad una negazione della realtà, ad un annullamento di essa, il bianco estremo è fittizio come il colore assoluto lo è.
“il mondo è colorato, e noi siamo colore” a metà del libro arriva questa frase, questa verità, esiste il colore come esiste il mondo, questa è la realtà, e se essa viene negata si entra in uno stato particolare che possiamo definire Pazzia. Ovvero la negazione della realtà generale in favore di una realtà personale, dominata dal soggettivo in cui non si può trovare riscontro.
La ragione di queste tematiche deve essere ricercata quindi, non tanto nel concetto di colore e di forma , ma nel modo dell’essere umano stesso di percepirle. Difatti, ogni corrente artistica e letteraria, associata al suo momento storico porta con se delle novità delle esigenze e sopratutto una coscienza collettiva che ha bisogno delle sue certezze, la razionalità e la purezza, oppure il l’istinto e il sogno.
Alla luce di questa dettagliata ricerca del modo di vivere il colore nella storia, ho inevitabilmente pensato al mondo attuale, alla mia visione del colore, trovandola molto meno radicale, molto meno fobica, rispetto agli illustri esempi citati nel saggio. E se la forma in realtà non prevalesse sul colore, ma si equiparasse ad esso? E se il colorato e ignorante istinto non fosse meno importante dell’asettico e aulico pensiero?