scrittori solitari e i loro mondi immaginari.
by Unknown
Ci sono alcuni libri capaci di scrollare da me il senso di solitudine.
E' sempre stato così, il sentimento che mi lega ai libri è sempre stato molto viscerale, intenso.
Talvolta quando ne comincio a leggere uno brutto, le frasi che leggo non riescono a portarmi da nessuna parte. Mentre leggo rimango cosciente, resto qua nel mondo fisico con un libro in mano che svela brutalmente le ambizioni monetarie dello scrittore imbranato, implacabilmente, riga dopo riga. Allora smetto di leggere, dimentico e rifiuto.
Il caso di "Umiliati ed Offesi" è stato speciale, fin dall'inizio della lettura questo libro, pagina dopo pagina, mi rassicurava, mi faceva aggrappare alla piccola edizione Einaudi come ad un piccolo tesoro trovato e dal quale mi rifiutavo di separarmi. Vania mi avvicinava a Dostoevsky, Vania era Fedor. Era uno splendido esempio di come l'autore si fosse trovato una collocazione interna, negli eventi e nello svolgimento della storia, un posto sicuro, creato da lui, per se stesso.
In questo mondo lui poteva sfruttare il suo talento naturale di osservatore spassionato, scrivendo di coloro che gli erano attorno. Gli erano attorno realmente, nel libro, nella vita, nel tempo in cui lui trascorreva tra le righe del romanzo.
Forse a combattere la solitudine lui si è messo realmente d'impegno, sfruttando il suo talento.
L'idea che la trama, che le pagine e la storia sarebbero prima o poi finite, e mi avrebbero abbandonato ai miei pensieri soli, mi amareggiava certo.
Il libro lo consumavo come un pezzo di cioccolato, centellinavo i morsi, è ogni gusto che si sprigionava sulle papille era dolcissimo e prezioso. Come terribile l'idea che avrei dovuto farne a meno.
Ogni frase suscitava un sentimento reale, perchè l'avevo provato, perchè l'avevo immaginato, prima di aver letto quel libro. Comprendevo e capivo i personaggi che, al contrario delle persone reali, si lasciavano sventrare da me (e da Vania). Loro erano così reali, aperti a me, volevano farsi comprendere, compatire, odiare, volevano raccontare tutto di loro per non avere in sospeso nulla, come stessero tutti per morire alla fine del libro. Tutti quei personaggi volevano vivere dentro me, erano soli esattamente come me, mi cercavano e avevano bisogno di me.
La fine è arrivata presto, dopo quattro giorni è arrivata inevitabile. Ma è in fondo normale, che quando poi la vivi, la fine, ti senti pronta ad essa, hai vissuto abbastanza per smettere.
Vania, Vania ero io, Fedor vive in Vania come ci vivo Io, l'ha creato per me, per dirmi che anche lui capisce, che anche lui guarda sotto le tende degli sguardi, come me.
