one month before
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Oggi è il 31 ottobre e scrivo questo non perchè fondamentalmente mi sia necessario, ma perchè vorrò rileggerlo e imprimere con parole che non riesco a scegliere questa giornata.
Due giorni fa passeggiavo tra le bandiere turche sventolanti da ogni dove su una strada di Osmambey nel giorno della festa della repubblica turca, respirando la felicità di vivere nel proprio paese. Era un giorno di festa, di orgoglio e di felice e incondizionata accettazione, non è sempre un bene l'accettazione, essa non prevede in se un criterio critico, la intendo, infatti, nel senso più negativo del termine; ma è l'orgoglio che mi manca in Italia, non provo mai orgoglio il 2 giugno, forse perchè non sento nessuno provarlo e le bandiere italiane sventolano vistosamente ai balconi solo per il calcio.
In Italia troverò, infatti, ad aspettarmi al ritorno i vecchi numeri della Stampa accatastati a fianco alla libreria, so già che le prime pagine esibiranno tutti gli articoli dannatamente imbarazzanti che leggo sui giornali on line, sfileranno i nomi dell'igienista dentale del premier, dei giornalisti del premier, dei conduttori televisivi del premier, delle prostitute del premier, degli aiutanti, lavapiedi, togliacalli, cucinaminestre del premier, preferibilmente donne, magari impegnate in qualche rituale sessuale completamente nude.
Oggi a cinquecento metri da casa mia, qua a Istanbul, un uomo si è fatto esplodere e non riesco a capacitarmi come autorevoli testate giornalistiche italiane possano proporre per più di una settimana consecutiva in prima pagina stupidi e inutili articoli su scandali sessuali in politica che ormai si palesano da soli come distogli-attenzione dai veri e cementificati disastri sociali.
Vivo qua e sono contenta di essere qua, sono contenta di scontrarmi contro questo tipo di realtà, dura realtà, vera realtà.
Questa sera, a solo poche ore dall'attentato, ripassando a piedi per Taksim, tutto era esattamente uguale a tutte le altre sere, a tutti gli altri giorni, le persone passeggiavano mangiando un dondurma e la polizia stazionava qua e la con i mitra appesi al collo, come ogni sera.
La parola "normale", "ma è normale, è orribile ma è normale".
L'abitudine alla morte.
Da 27 anni Istanbul è soggetta ad attacchi terroristici, fino a 8 anni fa si parlava di attacchi settimanali, 60.000 persone sono morte in essi fino ad ora, e mi rendo conto che al terrorismo una popolazione non può rimanere altro che inerme. Può accettare la paura, viverla, può accettare e basta. E la cosa più incredibile da comprendere per me, e che per tutti la vita continua in poche ora la vita riprenda come sempre.
Allego link più autorevole rispetto alle mie confuse e vaghe impressioni:
http://www.lastampa.it/red
Mi sono seduta dopo tutta questa musica sparata nelle orecchie ritmata dal mio passo sostenuto. Il çay è delizioso, perfetto, caldo, dolce e amaro al punto giusto.
E' fortunata che non piova, (io, me) lei è fortunata, o a quel tavolino in strada non potrebbe sedersi.
Non so devo si trovi questo bar, non è molto importante in fondo, tutto è sempre giallo di taxi, la fioraia è di fronte al mio tavolino di ispirazione minimale, abiti uguali ai miei passeggiano, è quindi solo una questione di strade e vie. Corti sorsi scendono a riscaldare l'esofago.
Ma cosa fa? che scrive sul quadernetto? Ha quasi finito il çay tra poco se ne andrà.
Trovo che fondamentalmente siamo dannatamente uguali, l'aspetto più distintivo di un essere umano è una parte così piccola del suo corpo, quale la faccia. Per il resto i corpi sono tutti simili, e in effetti non so nemmeno se siano davvero i tratti somatici a differenziarci, pensa a quante persone ci somigliano, ad esempio quel tipo laggiù ha dei tratti, be comunissimi ma che espressione! Lo riconoscerei solo per la sua espressione di vaga superiorità che mantiene nei confronti di tutti, dai tombini alle borse della spesa. Forse sono le espressioni che ci differenziano.
Non avrà nulla da fare che prendere il çay al tavolino tutto il pomeriggio, bella roba, ho quintali di rose
che devo spennare, che mi dia una mano invece di star li a fissarmi come un pesce lesso.
E lei? che fa?_grugnito_ma che diavolo fa?
Dai su che finisca il çay devo pulire il tavolo.
Ma possibile che a distanza di migliaia di kilometri gli stivali ai piedi delle persone siano esattamente gli stessi? La moda e ciò che di più evidente dimostra la globalizzazione, potrei essere a Torino se mi limitassi ad osservare gli abiti, e ci sentiamo anche originali! L'originalità finisce appena un capo lo acquisti.
Deve finire questo benedetto çay, occupa il tavolino da più di mezzora!
"Pardon, can i have another çay?"
L'idea è questa:
non sarà che più è la scelta varia più ci sentiamo autorizzati a non scegliere?
Cioè fino a una manciata di decenni fa alle donne veniva appioppato un marito a 15 anni e se lo dovevano tenere tutta la vita, ora puoi sceglierlo un marito, ha senso sceglierne 40? se puoi sceglierlo lo cambi sempre e non te ne tieni nessuno, solo perchè puoi cambiarlo. Generalizzo lo so.
Dico che è un buon pensiero però, applicabile in vari campi. Se qualcosa va male forse c'è meno voglia di farlo andare bene ma più voglia di cercare qualcosa che vada bene già di per se, eliminando l'impegno per il miglioramento.
Traccio anche me in questo disegno, lo ammetto.
Ma l'insoddisfazione ci piega tutti..
In calma quieta di mattina soleggiata, osservo i mondi, che pacificamente convivono nel giardino.
Le pareti alte stanno sciogliendo il rosso che le ricopriva con attenzione, grossi goccioloni neri di tempo colano generosamente sui cornicioni bianchi deformati.
Avranno pensato che fosse necessaria una ristrutturazione.
C'è, infatti, una barriera qua nel giardino della scuola, per i lavori in corso, che costeggia la parete in fronte all'ingresso, circa 5 metri di spazio dove operai hanno montato ponteggi polverosi ma insolitamente dall'aspetto solido. La facciata deve ritornare al rosso pieno, e il cornicione deve rassicurare le persone che sostano sotto. Aldilà la barriera non si può vedere molto, ma se passando all'interno della scuola si osserva fuori dalle finestre che danno sulla striscia adibita ai lavori si noterà una fossa ponteggiata anch'essa, uno sfondamento del suolo davvero molto curioso, guardandola a mente non lucidissima si potrebbe pensare che le pareti abbiano sostituito il pavimento. Questo è il mondo degli operai che lavorano, in nubi di polvere e sigarette, inevidenti, trasparenti.
Gli studenti molleggiano o sculettano qua e la con libri, caffe, album, strumenti vestiti curati e vestiti strappati, senza guardarsi troppo attorno, con quell'aria di chi sta facendo cose di essenziale importanza e con la spavalderia che negli occhi portano solo i ventenni, non ancora esattamente intaccata in modo profondo da quelle mazze chiodate che sono i cambiamenti di rotta costretti.
Il cartello lavori in corso sta li tra gli studenti che ci passano davanti. Solo il rumore dei martelli pnumatici non si cura delle barriere o del rispetto o delle differenze di mondi e infrange tutto ciò che si trova a tiro, le voci dei professori sono poi le sue preferite da fare a pezzi.
Gatti ciccioni puntellano qua e la il giardino, seduti composti o sdraiati scomposti, eccoli che segnano il confine tra vita umana e vita animale. Sono loro i padroni di questo posto, possono stare qua senza dover fare nulla, dover rendere nulla a nessuno.
Ci sono poi inservienti in pigiama che appoggiati alla finestra sembrano appena svegli, mentre alcuni, più mattinieri, cercano con un misero rastrellino di raccogliere tutte le foglie che non cessano di cadere.
Se consideriamo il numero di componenti il mondo che ha la meglio è sicuramente quello dei bicchierini di çai abbandonati, ecco se ora potessero animarsi tutti insieme di una rabbia omicida, non resterebbe niente di questo posto pacifico, verrebbe distrutto dai bicchierini malvagi.
Un ultimo sguardo alla vasca d'acqua che sta nel centro e nella parte rivolta a sud l'acqua è accavallata di foglie, tirate la dal venticello.
http://www.flickr.com/photos/lepetitmondedeagyness/5075355079/
"Can you think about the sensation of a very fast run, run and run but you are always in the same place? There is a another place where not at all is static and fixed like here."
We'll be killed by that fixed conception of reality, actually of everything: God, Time, Space and all the most bigger humans rules.
Maybe we have to accept and consider the place where we can run very fast and reach the nowhere.
Maybe that place is inside of our mind, and maybe all the humans difficulties are made by the too fixed way to understand the reality, make by the disreguard of the natural humans predispositions. Maybe.
The mind is the bigger place i've ever conceived, big like the conception of the infinity, large as the same conception of itself. (especially the last point for me it's unbelievable! But it's the truth, we can get it!).
But often i'm really afraid to lose myself in the place of my endless race.
Raffreddata e congestionata, penso a chi possa essere io, come io possa essere niente.
Penso che sono un Essere Umano e questa definizione è enorme, e chiarisce tutto.
Essere Umano è essere parte di una massa, Essere Umano significa vivere nel mondo, nel proprio unico, Essere Umano non contempla una visione d'insieme, Essere Umano ostacola la comprensione totale. Essere Umano vuol dire essere tutti, e non essere niente, essere morte. Essere già morte!
Io sto scrivendo ora con le mie dita, io sono le mie gambe e i miei piedi e sono tutte le mie sensazioni, ma vivo solo le mie di sensazioni, per questo sono io, ma allo stesso tempo sono uguale a tutti i miliardi di esseri umani, e quindi sono tutti e di conseguenza nessuno, nessuno che diverrò al punto di morte, nessuno anche per me.
Mi sfugge la piena consapevolezza, posso descriverla con vaghe parole comuni, ma senza mai raggiungerla pienamente.
Mi spaventa essere una vita, mi spaventa doverla adattare ad una società, mi spaventa doverla riempire e dimenticarmi spesso di trovare un senso.
Mi addolora non sapere niente.
Come fa la materia di cui sono costituita a rendersi a sua volta conto di essere materia?
Come posso auto-pensarmi?
Incredibile!
Mi paragono ad un personaggio di un libro, sono l'autore e sono il mio stesso personaggio.
Quando guardo un film mi addormento sempre, inoltre il tempo che mi occupa è esattamente quello che mi è stato imposto dal regista, le immagine sono imposte dal regista, mi distruggono fantasie e fanno posto a fotogrammi, certi, il mio cervello non può cambiare niente.
Mi piacciono invece così tanto i libri, sono miliardi di vite già scritte e spiegate per me, perchè io le possa comprendere, amo anche che i libri non abbiano un tempo, ma si adattino al mio di tempo, che le parole possa prenderle come preferisco, nel momento che preferisco, immaginandole a mio volere. Inoltre l'autore si è già preoccupato di trovare un senso, uno scopo, una trama, un insegnamento allo stralcio di vita libresca, e questo mi tranquillizza.
Uno scrittore, una persone che conosce tutto sul suo libro, potrebbe essere il Dio del suo mondo-libro?
Un onnisciente presenza che si nasconde, che si finge ingenuo, che si autoinganna, che inganna e immedesima.
Ecco cerco anche io di tirarmi fuori dal mondo come se fossi un narratore ma il libro è la vita reale, cerco di narrarmi mentre agisco, sempre nei miei pensieri.
Il più onnisciente possibile nei confronti di me stessa.
Forse dovrei vincere questo narcisismo mentale che provo nei confronti del mio cervello per provare a trasferirlo a una vita immaginaria, una vita scritta, che durerebbe sicuramente di più rispetto alla mia breve esistenza e quindi i miei sforzi avrebbero risultati più duraturi.
Istanbul corre liscia e colorata sul mio sfondo, la mutevolezza dei miei pensieri non comporta la loro negazione, ma solo un cambio temporaneo di punto di vista.
"La vita è un'onda va su e va giù -
ma è sempre vita.
ciao"
Mi ero dimenticata di questa sensazione di ipersensibilità ambientale, mi ero scordata che il cervello potesse cessare di essere me e tutto ciò che per il mondo rappresento, di come potesse smetterla di essere più importante di me; certo è saldo e potrebbe essere l'unica cosa che ho, ma non sono tutta io, non è tutta Elisa, e non sono sicura che possa salvarmi lui. E' solo un macchinoso cervello umano fisiologicamente, e non solo, uguale a tutti i cervelli umani; ma per non sminuirlo mi voglio (nuovamente) ripetere: è degno di tutta la mia stima e gratitudine.
Affidarmi alle sensazioni, mi mancava; e mi mancava (citando significativamente) nuotare nell'aria, nel tempo e nelle atmosfere circostanti.
Mi lascio delicatamente trascendere tutti significati, senza fretta, vado piano.
Ho i condotti lacrimali direttamente collegati al cuore o al cervello o a quella parte del mio corpo che gestisce le emozioni. Ormai il pianto è diventato matematico in me, è conseguenza diretta del mio emozionarmi. Non faccio nemmeno in tempo a percepire le sensazione di formicolio al naso pre-pianto, che mi darebbe una minima possibilità di frenarmi, è realmente una fulminea scarica diretta emozione-lacrime.
E' quando un discorso, un argomento mi emoziona e centra in pieno la mia comprensione che il mio viso si gonfia, arrossisce al paonazzo e le lacrime scendono, mi bagnano tutta la faccia mentre il naso colante mi impone per decenza sociale disperate ricerche di fazzoletti o pezze di stoffe o alla peggio sciarpe e calzini per asciugare il disastro facciale; e mi si deve credere quando dico che non posso farci davvero nulla.
Ho pianto davanti a tutte le persone che mi conoscono, anche davanti a molte che non mi conoscono, davanti a tutte le classi in cui ho studiato (6 classi differenti per la precisione, una delle quali universitaria e notevolmente più numerosa), davanti agli insegnanti, ai taxisti, ai guidatori di autobus, ai passeggeri di innumerevoli treni, alla scrivania della segretaria platinata dell'oculista, davanti alle hostess Lufthansa che mi porgevano cibo da aereo ipocalorico, davanti a baristi, a camerieri turchi, a tabaccai e davanti a tutti quegli sconosciuti che non posso catalogare per mestiere. Potendo piangere per svariatissimi argomenti ho a disposizione quindi svariatissime situazioni in cui esercitare i miei condotti lacrimali. Il pianto, ovviamente, non comporta quasi mai disperazione, ne tristezza o particolare gioia ma solo vera e propria commozione, ovvero comporta solo lacrime. Mi spaventa quasi, le comprendo come fossero delle normali reazioni fisiologiche paragonabili alla sensibilità dentale (avevo scritto tempo fa un post forse esasperatamente lapidario sulle emozioni come sostanze chimiche, ma rendeva bene l'idea).
Qualcosa mi tocca nel profondo, lacrime. Io accetto le accetto come accetto il mal di stomaco, non mi spaventano affatto, è la pura normalità, ma è più problematico e noioso gestire le relative reazioni degli spettatori che posso elencare all'incirca in: sguardi che perdono di furtività e si fanno insistenti e preoccupati o solo curiosi (sugli autobus ad esempio), relativa commozione della persona che mi sta di fronte, dimostrazioni di affetto che tento di declinare volentieri data la mia invariata stabilità emotiva, " e non piangere dai su", silenzio imbarazzato, risate portate dal mio buffo aspetto o dalla rapidità della commozione, oppure un semplice "no elii".
Ma è sempre incredibile che effetto abbia nelle persone osservatrici un pò di acquetta vagamente sapida che cala dagli occhi, accorrono come api al miele oppure osservano con occhi sbarrati da rapace, come se non vedessero l'ora di soccorrere questo tipo di vistosa sofferenza, che si tranquillizzassero nel vedere tutta questa debolezza esposta, nessun arma più solo esposta remissione, da aiutare per sentirsi utili! Ecco vedere lucidamente mi fa captare queste osservazioni, rischio di passare per fredda e marmorea in effetti, ma ovviamente credo nel livello inconscio delle persone che non riescono ad indagarsi a fondo, e credo ancora nella loro superficiale bontà, sarei davvero stupida a prendermela per inconsci accadimenti essendo che per il mondo una persona è quello che vuole essere e io non sono nessuno per svelare presuntuosamente cervelli altrui, anzi devo finirla subito.
Io tranquillizzo sempre tutti con sorrisi bagnati e onestamente orribili, cercando di far capire quanto sia banale e comune in me questo fenomeno, che sono solo emozioni, che non c'è bisogno di curare niente, ma solo lasciare sciogliere, lasciar passare, vivere ancora un pò senza aggrapparsi ad esse, che sono fisiche e corporali; imparo a gestirle e a rilassarle, ma le lacrime non le posso gestire loro vanno e basta e per questo non sono degne di alcuna preoccupazione.
"No ma davvero [tirata su col naso] non ti preoccupare [tamponamento con fazzoletto], io piango sempre!"
Arianna scrive quando è felice, magari brilletta, seduta con noi su un marciapiede dell'affollatissima Istiklal çaddesi, di sabato sera, con un cartoccio di patatine fritte in mano.
Ho incontrato solo lei che scriva a questo modo.
Mi ha fatto sempre pensare quanto più una persona sia generalmente serena e felice e quanto meno abbia da raccontare....
Istanbul, vecchia e nuova, dimenticata (o ricordata da pochi, forse solo dalle cupole scolorite delle moschee) e città auspicata.
Due chiavi di lettura della città, di colori diversi.
A volte mi dimentico di essere qua, mi adagio nell'osservare tutto senza indagare più a fondo, i negozi multinazionali e le moschee di 500 anni fa possono essere benissimo osservati nell'insieme senza rotture, ma superficialmente.
Ma come si fa a non porsi delle domande? e dopo che te le poni, che cominciano le difficoltà.
Difficile è capire, e comprendere questa città senza rassegnarsi nell'accettare ciecamente e basta.
Allora guardare donne in chador per strada e osservare dietro di lei un negozio di alta moda, magari europea, magari francese, assume un altro significato.
Quelle donne velate di nero, con gli occhi affatto rassegnati, tristi per nulla, non come si immagina nei paesi del culto dell'immagine, che sotto le pesanti mantelle corvine nascondono il loro corpo di donna, uguale al mio; loro, e ogni testa colorata di velo, portano sulle spalle il peso di una Istanbul che non c'è più, che è stata distrutta e assorbita ed è cambiata e cambia ancora, una vecchia cadente e meravigliosa Istanbul.
Il vecchio e il nuovo, perfettamente distinto, incredibilmente scinto, ma accostato in un unica ed enorme Città delle Città.
Le persone nuove, aperte al nuovo, che abbracciano gli stranieri e accolgono rendono Istanbul nuova ed estremamente avanzata nello spirito, e la fanno essere quella che è ora, che continuerà ad essere, e che se non fosse per loro non sarebbe più.
Decade e Risale, ogni palazzo, ogni porta, ogni viso.
(argomenti da trattare e ricordare:
quanta polizia!
quanto è nero il vostro velo!
quanto è colorato il vostro invece!
quanto amate la turchia eh? e le bandierone..)
pre uni
so che l'abitudine mi rovina che tendo a cercarla come ogni essere umano ma so quanto sto bene senza essa.
so quanto sto bene quando le cose vanno a caso, quando le cose mi smarriscono e trovo nello smarrimento l'unica soluzione e l'unico modo in cui non penso in cui vivo.
so che ci sarà tempo per l'abitudine.
quando non ho il tempo di pensare ma gli eventi mi costringono ad agire e basta, quando mi comporto e basta.
quando non decido io ma accetto che venga deciso per me e accetto questa massima condizione umana universale e la riduco ad ogni momento ad ogni minuto e non ad una semplice chiacchera a lungo termine o al semplice tirare le somme, in un momento di abitudine.
come faccio a disabituarmi?
ho paura che questo erasmus sia già un abitudine...
van gogh.
sono nel suo regno di gesti, lui non dipinge ma tocca, se tu dovessi toccare tutto quello che vedi, i tetti, gli alberi, le foreste, lo faresti con un movimento di dita equivalente alla sua pennellata sulla tela, dipingere come toccare quindi sfiorare e sentirne la consistenza, il colore è quindi tangibile alla stessa maniera della forma e della superficie.
Istanbul 1
Come si riesce a sapere se le scelte fatte sono giuste?
Che relativo significato ha la parola "giuste"? E che definitivo significato ha la parola "fatte" invece!
forse il problema è il fatto stesso di porsi questo problema.
Non posso fare a meno di navigare tra miliardi di possibilità, di scandire ogni mio pensiero con "forse", e "magari".
Sento titubanza spesso nell'aria. e lontananza.
Ora, ormai, in un letto di lenzuola plasticose, in questa città, tutto scivola all'arancione, tutto mantiene l'arancione vivo, dormirò e come ogni mattina tutto magari sfumerà nell'azzurro e chiaro e lontano dall'essere vissuto così.
Voglio una mensola, e spero che i miei piedi siano rivolti verso sud, spero che la luce dalle finestre entri in fiocchi abbondanti, spero nel caffè solubile di domani mattina, si eli
Parlare con persone che pensano nel mio stesso linguaggio, mi fa incespicare di continuo.
I pensieri reciproci si sovrappongo, fino a creare nella testa dei comunicatori dal linguaggio comune, scalini di turbamenti.
accettare una lingua diversa vuol dire anche accettare più facilmente dei pensieri diversi?
l'incomunicabilità verbale porta ad una maggiore comunicabilità mentale?
Tutti i giorni nostro malgrado mascheriamo la naturale curiosità, non solo verbale, ma anche visiva,
che proviamo nei confronti dei nostri pari umani, per la paura di sprofondare del gelo dell'invadenza.
l'incomunicabilità sembra smascherare i mascheramenti convenzionali della società dal linguaggio comune, con piacere di tutti
Oggi mi è capitata una cosa curiosa, una di quelle quelle cose che puoi davvero dire che ti sono capitate di quelle che potrai raccontare per sempre fino alla morte che sono molto più iinteressanti di quelle che racconterai solo per un breve periodo. bene oggi all'angolo di via isonzo la parallela di casa mia dove tra l'altro si trova la reggia suprema del testimoniato genoese, quindi tendo a considerarlo un posto importante di solito, la mia vita è finalmente cambiata, è accaduto qualcosa! tornavo a casa con le raccomandate appena ritirate in posta dopo una discreta attesa fitta di coalizioni da fila, mi fermo un attimo all'angolo e guardo la pensilina del bus, per un attimo non mi sembra più la stessa, è molto squadrata, e vetrata e sopratutto non riesco a credere che sia li da quando mi sono trasferita e che la uso e la guardo di sfuggita ogni giorno, una struttura così bizzarra. ad un tratto mi sento afferrare per la vita da due manone guantate di pelle e protezioni sulle nocche e posizionata su un sellino di una ducati rossa l'uomo che mi ha afferrato è un centauro in pena regola, riesco a vedere del suo corpo umano solo gli occhi nello spiraglio del casco integrale ma non mi dicono niente. naturalmente sono rimasta seduta su quel sellino incapace di credere che stesse capitando qualcosa del genere a me, con ancora le raccomandate non aperte in mano, prima ripartire mi da in mano dei cataloghi di stoffe e di cotoni felpati leggeri e di cotonina poi monta in sella e parte. parte e forse per la mia impazienza di andarmene mi ero quasi scordata il casco che mi infila con una mossa agile e mi da due colpetti sopra per accettarsi che sia ben inserito,siamo usciti dalla città abbiamo preso un paio di autostrade, poi un altro paio e ci siamo fermati soltanto per fare veloce benzina e io a comprare un estate al limone che il mio centauro non ha voluto. ora sono in un terrazzo di una casa situata su un promontorio che da su un avvallamento che anticipa un altro promontorio su cui è situata un altra casa e via dicendo nelle campagne senesi suppongo, Centauro non si è ancora tolto di dosso la tuta la sua testa anche senza casco risulta un pò simile lo stesso ad un casco, credo sia una di quelle persone nate per essere centauri, e per essere chiamati così.
Mi ha detto con voce provata dalle ore atone di guida " ti ho vista e mi sei piaciuta ora apriremo una grande cappelleria, un negozio di cappelli artigianali, spero che la cotonina a pagina 5 quella con fantasia a fiori di prato ti piaccia, è la stoffa del nostro primo cappello, per la signora .GIF"
Dove ebbe inizio qualcosa di grande l'unico mondo divenne simile:
sono arrivata alla conclusione che le emozioni, o almeno quelle sensazioni che non hanno a che fare con il cervello, quelle che dicono ci facciano vivere, sentire vivi, quelle spesso citate in divertenti discorsi sfontaneggianti di banalità e che fungono più da giustificazioni per i cervelli troppo incriccati per autogestirsi che da veri leit motiv. Quello che mi sembra in realtà che le inflazionatissime emozioni siano solo delle sostanze chimiche che al posto di essere iniettate in vena vengano autoprodotte da un organismo che forse a volte si annoia, tipo una siringata di adrenalina mentre corri.
Per che cosa lo faresti, bambinone mio
per un titolo, un torrone, quale ben di dio?
(Effetto Notte, radio 2)
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